Italia, facciamo rete!

In queste settimane di emergenza Coronavirus che sta provocando la paralisi della maggior parte delle attività umane sono tanti i sentimenti che si percepiscono.

Sicuramente c’è da rallegrarsi nel constatare che la primavera avanza imperterrita con o senza l’uomo e le immagini che ritraggono gli animali selvatici riprendere possesso degli spazi naturali non possono che fare bene al cuore.

Certo, queste sensazioni sono accompagnate da un senso di tristezza se ci rendiamo conto di come stavamo vivendo prima di essere costretti a rimanere chiusi nelle nostre case.

Ma dobbiamo cercare di mantenere un atteggiamento positivo e semplicemente portare a casa la lezione: dobbiamo tornare a uno stile di vita più umano. Ciò significa ritmi più lenti, maggiore empatia, più collaborazione e meno competizione.

Forse, anche se da anni da diverse parti del Pianeta si sono mosse persone e istituzioni a favore della sostenibilità, tutti noi abbiamo comunque commesso uno sbaglio. Forse quella parola, sostenibilità, era un concetto troppo astratto per la maggior parte di noi, forse non rendeva esattamente l’idea. Forse metteva l’accento troppo sul concetto di Pianeta in senso lato e poco sul Sé delle singole persone. Sarebbe stato forse sufficiente sostituire il termine “sostenibile” con “umano”, e allora forse qualcuno avrebbe fatto la connessione. Ma purtroppo non è stato così. Se è vero infatti che sostenibilità significa “la condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”, è anche vero che soprattutto negli ultimi tempi questa parola era abusata e si era svuotata del suo significato.

Ci riempivamo la bocca di questa bella parola, riempivamo le pubblicità di slogan inneggianti alla sostenibilità, ma quanti di noi davvero e concretamente si impegnavano a favore di uno stile di vita diverso da quello imperante?

Avremmo dovuto avere la lungimiranza di capire che, nonostante le belle parole e le migliori intenzioni, eravamo comunque troppo accelerati in tutte le nostre manifestazioni e attività e avevamo quindi bisogno di tirare il freno. Non lo abbiamo fatto noi, lo ha fatto qualcun altro ma l’importante è che quel freno qualcuno lo abbia tirato!

L’altro giorno in internet tra le tante immagini e citazioni che stanno circolando una in particolar modo mi ha colpito. Diceva: “If you can’t go outside, go inside”, ovvero se non puoi andare fuori, vai dentro.

Ecco, adesso, nella tranquillità delle nostre case e nel silenzio delle nostre città vuote e immobilizzate, ci si presenta una grande opportunità: guardare indietro, poi guardarci dentro e infine guardare avanti.

Abbiamo finalmente l’occasione di decidere quale direzione dare alla nostra esistenza, ciascuno di noi ha la possibilità di diventare il regista della propria vita e smettere di essere in balia degli eventi.

Allora, per cambiare direzione rispetto a quanto stavamo facendo prima di questo fermo forzato dovremo necessariamente cambiare la modalità in cui interagiamo tra di noi e con il Pianeta. Sarà quindi fondamentale fare rete.

Ma cosa significa “fare rete”? vuol dire che una volta per tutte dovremo mettere da parte l’ego, che ci ha guidati finora ma, ahimè, conducendoci sull’orlo del burrone.

Dovremo cominciare a collaborare tra di noi, nel quotidiano, nelle relazioni famigliari e private così come nelle questioni professionali. Dovremo tenere a mente i giorni che stiamo vivendo in queste settimane e stamparci a fuoco nella mente quali siano le cose che davvero ci devono interessare. Tutto il resto, pensieri, lamentele, preoccupazioni, va tutto ignorato! Dovremo cominciare a sviluppare una visione più ampia rispetto a quanto abbiamo fatto finora: non si tratterà più, nelle piccole come nelle grandi questioni, di guardare al proprio orticello e controllare in cagnesco se l’erba del vicino è più verde, perché quello che dovremo fare invece sin dall’inizio è fare in modo che il nostro orticello e quello del vicino diventino una cosa unica, un continuum. Dovremo quindi smettere di farci la guerra, dichiarata o no, e sarà fondamentale cominciare a collaborare in un’unione che va al di là dei legami di sangue.

Come si realizza un processo del genere? È più facile di quello che sembra. Ognuno comincia dalle proprie possibilità e dal proprio ambito di competenza. Sono giovane e con forza? Posso andare a fare la spesa per la vicina anziana. Sono anziano e adoro cucinare? Posso preparare la cena al vicino giovane che è stato fuori casa per lavoro o studio tutto il giorno. Faccio il panettiere? Posso donare il pane invenduto a fine giornata a un canile. Ho un canile? Posso collaborare con associazioni che si occupano di anziani o disabili per avviare un’attività di pet therapy con effetti benefici a umani e quattro zampe. Ho un’azienda agricola e produco vino? Invece che fare concorrenza al mio vicino di vigna, collaboro con lui per organizzare insieme un mercato agricolo o per contattare lo stesso fornitore di tappi in modo da abbattere i costi. Sono un professionista nell’ambito del benessere? Anziché spendere tempo e soldi per farmi pubblicare articoli pubblicitari su riviste patinate o in rete, mi coalizzo con alcuni colleghi, anche con la mia stessa specializzazione, e insieme possiamo proporre un programma di prevenzione e benessere alla cittadinanza, in modo da raggiungere più persone attraverso i fatti e non le parole. E poi tutti possiamo impegnarci a non alzare i prezzi non appena questa crisi sarà superata. Se tutti manteniamo i prezzi bassi, ci saranno più persone in grado di spendere e quindi circolerà più denaro, favorendo la ripresa dell’economia.

Questi sono solo alcuni esempi, anche semplicistici se vogliamo, ma rendono l’idea di come dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento e di quanto possa essere facile fare rete.

“Sì,” direte voi “ma ci hanno insegnato che la concorrenza è alla base del commercio e quindi se la eliminiamo come possiamo vendere di più?”.

Anch’io inizialmente mi sono fatta questa domanda ma poi me ne sono fatta altre: “Davvero ci smeneremmo se abbandonassimo le pratiche commerciali finora adottate basate sulla libera concorrenza?”, “Dove ci ha portato la competizione?!?” e ancora “Non è forse invece che abbiamo solo da guadagnarci e tutti, se cominciamo a fare rete?”.

Sono convinta che creando una rete amplia e basata sul rispetto e il principio di uguaglianza sarà non solo più facile per tutti guadagnare, ma potremo tutti avere più tempo libero, meno arrabbiature e maggiori soddisfazioni, più pace interiore.

Per realizzare questo, la rete dovrà essere molto ampia, flessibile e accogliente. Deve essere una rete che si sviluppa a macchia d’olio, ovvero dal centro si allarga fino a includere tutti gli altri. Quindi parte da noi stessi, poi si allarga a chi ci sta vicino, poi arriva a toccare qualcuno un po’ più in là che non avevamo contemplato all’inizio fino a comprendere il maggior numero di persone.

Quello che facevamo invece prima, qualora cercassimo degli alleati, era buttare la rete il più lontano possibile per fregare quelli più vicini a noi. Andavamo a cercare partner commerciali all’estero per essere più competitivi rispetto ai concorrenti “nostrani”. Ma in base a cosa aumentava la nostra competitività? Spesso, troppo spesso, in base al fatto che rivolgendoci altrove avevamo accesso a prodotti, materie prime o servizi a prezzi inferiori. Diciamoci la verità: molte volte ce ne infischiavamo della qualità, che era ciò che invece qui da noi, in Italia, faceva aumentare il prezzo. Allora abbiamo iniziato a rivolgerci sempre più verso i mercati esteri, fintanto che abbiamo quasi completamente abbandonato le piccole e medie imprese nazionali. Contemporaneamente, ci hanno venduto la favola della globalizzazione, che abbiamo creduto fino all’ultima parola. E’ stato come un abile incantesimo, un tranello nel quale siamo caduti troppo facilmente.

Ora improvvisamente, ironia della sorte, questa pandemia, che in apparenza tutto ha bloccato e immobilizzato, arriva come il cavaliere che viene in nostra salvezza, se solo noi ne cogliamo le buone intenzioni. Se questo fermo forzato riuscirà a farci capire che ci è stata data una possibilità di rinascita, allora saremo salvi. Saremo pronti per ripartire, con la consapevolezza che la ripresa sarà dura ma sarà anche emozionante se fatta con queste nuove modalità.

Quindi, scommettiamo sulla nostra salvezza, puntiamo su noi stessi, sui nostri vicini, sui nostri ex-concorrenti ora partner, sull’Italia e sul Made in Italy. Una rete a forma di stivale, non più disposto a farsi calpestare!

 

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